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Le praterie di posidonia del Mediterraneo sono cloni vecchi migliaia di anni

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Vi avevamo già riportato alcune notizie in merito alla "vecchiaia" delle praterie di Posidonia oceanica ma lo studio effettuato dai ricercatori di PlosOne e disponibile sul loro sito và oltre. L'articolo originale riporta per intero lo studio ed è riportato qui:

Implications of Extreme Life Span in Clonal Organisms: Millenary Clones in Meadows of the Threatened Seagrass Posidonia oceanica

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Questa ricerca arriva a stabilire che campioni geneticamente identici sono stati reperiti ad una distanza di 15 km dalla pianta madre. E' risaputa l'importanza delle praterie che sono una nursery per moltissime specie, e minacciata dall'inquinamento e dai cambiamenti repentini delle condizioni, deve essere protetta.

 

Sul sito di PlosOne i ricercatori, Australiani, Spagnoli, Poroghesi e Francesi, spiegano che "la dimensione massima e l'età che gli organismi clonali possono raggiungere rimangono poco conosciute, anche se sappiamo che i più grandi cloni naturali possono estendersi per centinaia o migliaia di metri e, potenzialmente, vivono per secoli. Abbiamo fatto una revisione dei risultati fino ad oggi, che rivelano che l'età e la dimensione massima dei cloni e che le stime riportate in letteratura sono in genere limitate dalla scala di campionamento e possono grossolanamente sottovalutare l'età massima e le dimensioni degli organismi clonali. Il caso di studio qui presentato mostra la presenza di cloni a crescita lenta dell'angiosperma marina Posidonia oceanica su scale spaziali che vanno da metri a centinaia di chilometri, utilizzando microsatelliti su 1.544 unità di campionamento in un totale di 40 siti in tutto il Mar Mediterraneo. Questa analisi ha rivelato la presenza, con una prevalenza dal 3,5 al 8,9%, dei cloni a diffusione molto grande, oltre diversi chilometri (fino a 15) presso i diversi siti. Utilizzando le stime da studi sul campo e modelli di crescita clonali di P. oceanica, abbiamo stimato che questi cloni di grandi dimensioni abbiano  un'età tra centinaia a migliaia di anni, suggerendo l'evoluzione di genotipi "general purpose" con grande plasticità fenotipica in questa specie. Questi risultati, ottenuti combinando genetica, demografia e un modello basato su calcoli, mettono in questione la conoscenza e la comprensione della capacità di diffusione e durata della vita di cloni delle piante. Questi risultati, considerando le possibili implicazioni ecologiche ed evolutive, richiedono ulteriori ricerche su questi "life history traits" associati alla clonalità."

Ad ABC NATURE Sophie Arnaud-Haond di Ifremer, l'Istituto francese di ricerca per l'esplorazione del mare ha spiegato che "questo significa che possono riprodursi sessualmente attraverso la fioritura e la ricombinazione dei genomi maschili e femminili, o clonalmente, tramite la replica esatta del genoma di un individuo che forma un nuovo modulo di impianto attraverso la crescita clonale». Questo significa che l'identità genetica di un singolo organismo viene conservata e tramandata di generazione in generazione, mentre la prole degli organismi sessuali è costituita da materiale genetico proveniente da entrambi i genitori." Poi sottolinea "c'era una teoria per la quale anche la riproduzione asessuata non potesse  continuare indefinitamente a causa di piccoli "errori di copia" accumulati nei geni nel corso del tempo. Si riteneva che questi errori tendessero ad avere un impatto negativo, di generazione in generazione e che l'organismo sarebbe degenerato fino a scomparire. L'età degli organismi clonali avrebbe dovuto pertanto essere limitata."

Lo studio sulla Posidonia sembrerebbe mettere in dubbio una convinzione che si aveva: "siamo stati in grado, attraverso modelli, di dimostrare che la Posidonia oceanica ha una modalità di diffusione clonale, comune a altre fanerogame marine, che permette alla pianta di evitare l'accumulo di mutazioni deleterie e di spiegare come sfugge a questa regola teorica - rivela la ricercatrice francese. Anche l'estrema longevità delle piante indica che la specie presenta una capacità di adattarsi per sopravvivere oltre una data lunghezza di tempo. L'età stimata di Posidonia oceanica implica che questi cloni siano in  grado di sopravvivere in una vasta gamma di condizioni ambientali, tra le quali temperature molto più basse dell'acqua di mare rispetto a quelli registrati al giorno d'oggi, mostrando pertanto capacità di adattamento straordinarie".

Affascinante è il successo riproduttivo della posidonia. Ma quanto nel passato è riuscita a sopportare la prateria non significa purtroppo che questa specie essenzialeLeggi tutto... per la vita del nostro mare sia adattata ad affrontare i rapidi cambiamenti che ci aspettano in futuro. Come spiega lo studio, i cloni di Posidonia oceanica "nel passato hanno attraversato millenni [...] con temperature dell'acqua di mare di 10-15 C inferiori a quelli che ci sono oggi, e [...] la discesa del livello del mare a 100 m sotto al suo livello attuale circa 10.000 anni fa. Questi risultati dimostrano che i cloni della Posidonia oceanica sono stati in grado di sopravvivere a mutevoli condizioni ambientali, e le praterie  che vediamo oggi sono il risultato di millenni di evoluzione. D'altra parte, i cambiamenti che si stanno verificando oggi ad un ritmo senza precedenti e la forte riduzione delle praterie di fanerogame in generale, e di Posidonia oceanica in particolare, stanno sollevando preoccupazioni per quanto riguarda la capacità di questa specie a crescita lenta e dei suoi vecchi cloni, selezionati con pazienza, di affrontare queste nuove sfide ambientali che si verificano rapidamente".

Gli scienziati hanno descritto i loro risultati on-line nel numero del 1 febbraio della rivista PLoS ONE.

 


Ufficio stampa PlosOne



 

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 18 Marzo 2013 23:29

Megattera avvistata al largo di Lampedusa 13 marzo 2013

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Un avvistamento eccezionale ieri mattina al largo dell'isola di Lampedusa: una megattera, specie inconsueta nel Mediterraneo, di circa 8 metri nuotava a 12 miglia dalle coste.

Autori dello straordinario avvistamento sono gli studiosi di Tethys che, assieme all'Area Marina Protetta Isole Pelagie e all'International Whaling Commission (IWC), stanno conducendo ricerche sulle balenottere comuni che in questa stagione vengono ad alimentarsi nelle acque intorno all'isola, grazie a un finanziamento del Ministero dell’Ambiente. La sorpresa risale alle 8 di ieri mattina (12-03-13), quando una giovane megattera, lunga non più di 8-9 metri (contro i 14-15 degli adulti) viene avvistata a circa venti chilometri a est sud-est dell’isola di Lampedusa, verso la secca di Levante. L'animale nuotava tranquillo mangiando in superficie; la zona infatti è nota per l’abbondanza, in questo periodo, di  grandi sciami di krill -  gamberetti della specie Nyctiphanes couchii, e che si possono osservare sulla superficie dell’acqua. Il cetaceo è stata seguito per circa un’ora e mezza, durante la quale è stato "foto-identificato", cioè sono state riprese quelle parti, come la tipiche chiazze bianche e nere sulla parte inferiore della coda, che consentono di riconoscere l'individuo ed eventualmente confrontarlo con altri avvistati. Considerata visitatrice occasionale in Mediterraneo, negli ultimi 4 anni la megattera tuttavia è stata osservata ben 10 volte, in Spagna, Francia, Liguria, Toscana, e perfino in Adriatico. Due mesi fa la carcassa di un esemplare è arrivata in spiaggia nei pressi di Sirte, in Libia. È un segno che qualcosa sta cambiando nell'equilibrio dei nostri mari, o c'è solo maggior attenzione a fenomeni che un tempo sarebbero passati inosservati? A queste e ad altre domande, sempre finalizzate alla conservazione delle specie e del loro ambiente, i ricercatori cercano di dare delle risposte.

 

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L'esemplare avvistato in data 12-03-2013

 

 


A cura dell'ufficio stampa "area marina protetta isole Pelagie"

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 18 Marzo 2013 20:32

AMP Egadi: con “Jellyrisk” sperimentate le reti antimedusa

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L’AMP partner di due progetti internazionali:con “Jellyrisk” alle Egadi saranno sperimentate speciali reti anti-medusa

A Settembre con la “Notte dei Ricercatori”, lezioni di biologia marina e eventi sul tema della tutela del mare in tutte le isole


(Favignana, 05 Feb 13) L'Area Marina Protetta è partner associato del progetto ENPI CBCMED "Jellyrisk". Il via al progetto è stato dato formalmente con un incontro a Roma dal 14 al 16 gennaio presso la sede del CoNiSMA, tra i soggetti partecipanti per programmare le attività. Il progetto Jellyrisk riunisce in partenariato molti soggetti di diversi Paesi del Mediterraneo (Italia, Spagna, Malta, Israele). Si tratta di una rete costituita da università, aree protette, enti locali e gruppi di cittadini, al fine di creare nuovi strumenti per quantificare i rischi ambientali e sanitari della continua proliferazione di meduse nelle acque del Mar Mediterraneo. I sempre più frequenti focolai di meduse rappresentano in tutto il mondo una continua minaccia per l'ambiente marino, la cui causa sono soprattutto le attività antropiche, determinanti tra gli altri il cambiamento climatico. Il progetto prevederà tra l'altro alle Egadi il posizionamento di speciali reti anti-meduse, a protezione delle spiagge frequentate dai bagnanti. "Essere inseriti in progetti con un partenariato di simile calibro è per noi un'esperienza di grande importanza" afferma il Presidente dell'AMP e sindaco di Favignana, Lucio Antinoro "sia perché permette alle Isole Egadi di entrare in contatto con il mondo della ricerca internazionale, sia perché ci consentirà di acquisire competenze e strumenti per la gestione del problema della proliferazione delle meduse, che in Sicilia tende a verificarsi sempre più spesso".

Nelle scorse settimane, inoltre, nell'ambito del settimo Programma Quadro in Ricerca e Sviluppo Tecnologico "Marie Curie", è stato presentato il progetto "La notte dei Ricercatori", che coinvolge l'AMP delle Egadi in affiancamento all'ENEA, a cui partecipano i maggiori Istituti di Ricerca nazionali e numerosi Parchi e Aree Marine Protette italiani. Il progetto prevede per la giornata e la serata del 27 settembre 2013 eventi e incontri in tutta Italia e ha lo scopo di avvicinare il grande pubblico al mondo della Ricerca, in particolare della biologia marina. L'AMP delle Egadi ha redatto un fitto programma di iniziative anche per le isole di Levanzo, Favignana e Marettimo.

 

 


Ufficio Comunicazione dell'AMP Isole Egadi



 

Ultimo aggiornamento Lunedì 04 Marzo 2013 22:17

Lo stato dell'ambiente marino e costiero del bacino del Mediterraneo

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Lo studio dell'United Nations Enviroment Programme fornisce importanti informazioni sulla natura complessiva degli ecosistemi e sull'importanza che gli habitat costieri e marini rivestono per i loro abitanti.

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 Nel 1975 nasce il Piano d'Azione per il Mediterraneo (MAP) quando 16 Paesi del Mediterraneo e la Comunità Europea decidono di cooperare per costruire un quadro giuridico e istituzionale coerente per affrontare insieme le sfide comuni poste dal degrado ambientale.

Al MAP ha fatto seguito, nel 1976, la "Convenzione per la protezione del Mar Mediterraneo contro l'inquinamento "(Convenzione di Barcellona) stipulata dagli Stati costieri del Mediterraneo e dalla Comunità europea ed entrata in vigore nel 1978.

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Queste iniziative, nate per proteggere l’ambiente marino combattendone l’inquinamento, nel corso degli anni hanno ampliato il loro raggio d’azione, fino a includere la possibilità di una gestione integrata delle zone costiere attraverso una serie di azioni condivise tra i paesi aderenti. Tra esse ha assunto una rilevanza sempre più strategica la condivisione e il pubblico accesso ai dati sullo stato dell’ambiente.

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L’obiettivo ultimo è quello di giungere ad un modello condiviso e standardizzato di reportistica ambientale affinché i dati possano essere usati sia a livello di Unione Europea per le convenzioni/protocolli in essere, sia per i bisogni dei singoli paesi.

Inoltre, il reporting ambientale dovrebbe costituire indirettamente anche un feedback sull’efficacia delle azioni intraprese.

A partire dal 2008, i paesi che hanno sottoscritto la Convenzione di Barcellona hanno stabilito di adottare progressivamente un “approccio ecosistemico” che riconosce i sistemi ecologici per quello che sono: una miscela di elementi che interagiscono continuamente fra loro con l'obiettivo di definire le questioni prioritarie da affrontare e determinare se le informazioni per supportarne la loro gestione vi siano già o siano in fase di raccolta. Il primo frutto concreto scaturito dal nuovo approccio è stata la stesura del report ”Initial integrated assessment of the Mediterranean Sea” (2012) i cui risultati principali sono stati:

  1. che gli habitat marini e costieri sono una risorsa preziosa per gli tutti gli abitanti del Mediterraneo (basti pensare al turismo, alla pesca);
  2. che, nonostante l’importanza riconosciuta agli habitat marini e costieri, continui il loro degrado (eccessivo sviluppo costiero, eccessivo sfruttamento del turismo, diffusione di specie invasive, ecc.);
  3. che comunque vi sono stati negli ultimi anni anche miglioramenti evidenti, come quello relativo alla qualità dell'acqua in molte zone e il calo, in molte aree, della quantità di sostanze pericolose e metalli pesanti;
  4. che esiste un gap relativo alla capacità di valutare in modo uniforme le Pressioni e lo Statodell'ambiente al fine di formulare risposte adeguate, e una limitata conoscenza dei fattori di cambiamento negli ecosistemi.

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Successivamente alla diffusione delle informazioni presenti nell'“Initial integrated Assessment”, i paesi della Convenzione di Barcellona hanno elaborato una serie di “obiettivi ecologici” fra cui: il mantenimento/miglioramento della diversità biologica, l'arresto dell’eutrofizzazione di origine umana, il mantenimento delle specie non indigene introdotte dalle attività umane ad un livello non pericoloso per gli ecosistemi, il mantenimento del fondo marino, con particolare attenzione agli habitat bentonici, ecc.

 

Questi obiettivi ecologici, ampiamente discussi e concordati fra tutti i paesi, hanno rappresentato una solida base per il recente report a cura dell'United Nations Enviroment Programme (UNEP), “State of the Mediterranean Marine and Coastal Environment Report” (SoMMCER) che sintetizza le conoscenze disponibili sui maggiori DeterminantiPressioni che interessano il mare e gli abitanti della costa, le condizioni dell'ambiente Mediterraneo, gli impatti attuali e futuri dell'attività umana, e le questioni emergenti nella gestione delle zone marine e costiere.

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Il campo di applicazione geografico della presente relazione è tutto il Mar Mediterraneo comprese le zone costiere. Lo schema utilizzato per la valutazione dello stato dell'ambiente è il modello Determinanti – Pressioni – Stato – Impatto - Risposta (DPSIR) che si riflette nell'organizzazione della relazione:

 

  • la Parte I fornisce informazioni di base sul bacino del Mediterraneo, una panoramica dei principali Determinanti e una introduzione sulla interrelazione tra gli ecosistemi del Mediterraneo e i Determinanti umani;
  • la Parte II fornisce un'analisi delle Pressioni-Stato e degli impatti conosciuti associati a ciascuna delle questioni affrontate dall'aproccio ecosistemico;
  • la Parte III analizza le risposte, in termini di strumenti politici, alle questioni analizzate nella Parte II, mette in evidenza i principali risultati sullo stato dell'ambiente marino e costiero, nonché le lacune di informazione più importanti, e formula delle vie future per la continua applicazione dell'approccio ecosistemico.

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Alcuni degli argomenti trattati nella relazione, come ad esempio l'inquinamento e la biodiversità, sono stati oggetto di ricerca e di monitoraggio per molti anni per cui è disponibile una gran mole di informazioni, viceversa per questioni come il rumore, i rifiuti marini, i livelli di integrità del fondo marino, e i livelli trofici si dispone di meno dati. Questo ha come conseguenza il fatto che alcuni capitoli del SoMMCER si basino su evidenze, mentre altri capitoli siano necessariamente più speculativi; questa dicotomia è la prova evidente della necessità di un approccio più “robusto” alla raccolta di informazioni a sostegno degli obiettivi ecologici per fornire successivamente una base scientifica per il processo decisionale.

 

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Come è stato precedentemente ricordato, la Convenzione di Barcellona con il passare degli anni ha ampliato il suo ambito di applicazione geografica e con il Protocollo relativo alle Aree Specialmente Protette del 1995 (Protocollo ASP) le parti contraenti hanno previsto l'istituzione di Aree Speciali Protette di Importanza Mediterranea (ASPIM) al fine di promuovere la cooperazione nella gestione e conservazione delle aree naturali, così come nella protezione delle specie minacciate e dei loro habitat.

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Una di queste è l’area transfrontaliera delle coste toscane, liguri, sarde e corse, il cosidetto “Santuario Pelagos” che ha visto la realizzazione del Progetto GIONHA(Governance and Integrated Observation of marine Natural Habitat) cofinanziato dal Programma di Cooperazione Transfrontaliera Italia-Francia "Marittimo", 2007-2013 e realizzato da ARPAT in collaborazione con l' Office de l'Environnement de la Corse, la Regione Liguria, la Regione Autonoma della Sardegna, e la Provincia di Livorno. Il progetto si è articolato su più fasi dedicate sia allo studio dello stato ambientale dell’area e degli impatti antropici sul suo ecosistema che alla realizzazione di azioni pilota di sensibilizzazione dei cittadini e studenti su tali tematiche.

 

 

 

 


A cura di Rosanna Battini di ARPAT Toscana

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 04 Marzo 2013 22:17

Pesca e ricerca, matrimonio 'da mare'

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Pesca e ricerca, matrimonio 'da mare'

Leggi tutto...Ogni giorno garantiscono l'approvvigionamento di pesce fresco di qualità a supporto della cucina mediterranea, da sempre richiamo e delizia per i buongustai a livello nazionale e internazionale. Sono i pescatori di professione, che oggi vivono un presente pieno di incertezze e contraddizioni bisognoso di un profondo ripensamento, per la stessa sopravvivenza dell'attività. A far soffrire il settore, il caro gasolio, le nuove tabelle d'armamento per i pescherecci e, non ultimo, la diminuzione del pescato.

"Nel Mediterraneo convivono un'elevata biodiversità degli ecosistemi e una grande eterogeneità culturale, sociale ed economica dei popoli che vivono lungo le coste", spiega Sergio Vitale dell'Istituto per l'ambiente marino costiero (Iamc) del Cnr di Mazara del Vallo. "In questo mare di complessità, da tempo immemorabile la pesca costituisce uno degli elementi".

 

Dopo un'iniziale diffidenza, tra i pescatori e i ricercatori si è sviluppata una fase di collaborazione. "Questo scambio di esperienze e conoscenze consente di assicurare le giuste risposte agli obiettivi di crescita, nel rispetto della conservazione degli ecosistemi marini e della sostenibilità, anche economica, dell'attività di pesca. Nuovi strumenti e metodologie sono in fase di sviluppo per migliorare le capacità di osservazione e di modellizzazione del sistema. Nonostante le aumentate conoscenze sullo stato e la dinamica degli stock ittici, il livello di sfruttamento nei mari italiani risulta ancora eccessivo rispetto alle capacità produttive", aggiunge Fabio Fiorentino dell'Iamc-Cnr di Mazara del Vallo. "In particolare, il grande sviluppo tecnologico degli ultimi decenni (Global positioning system-Gps, ecoscandagli e apparecchiature per la stima della biomassa in mare) se da un lato ha fornito ai ricercatori nuovi mezzi utili ed efficaci sulla sostenibilità delle attività di pesca, dall'altro ha favorito un incremento delle potenzialità di cattura da parte degli operatori".

 

Nel campo dell'innovazione tecnologica, l'Istituto di Mazara e di Capo Granitola è impegnato in diverse attività tra cui: il Programma nazionale di raccolta dati alieutici, il progetto Bandiera Ritmare, quello per il Mezzogiorno Ssd Pesca e Teseo. "Tra gli aspetti più innovativi, c'è poi la realizzazione del 'peschereccio del terzo millennio': un vascello modulare di nuova concezione che unisce risparmio energetico, selettività delle modalità di pesca, valorizzazione del pescato e tecnologie Ict. Una tappa fondamentale per una nuova fase di sviluppo della pesca", continua Fiorentino.
La sfida consiste, quindi, nell'indirizzare la tecnologia verso l'intera filiera 'dal mare alla tavola'. "Solo così l'innovazione potrà giocare un ruolo primario nell'assicurare alla ricerca strumenti idonei a mettere a punto modelli previsionali attendibili, ma anche ad aumentare le capacità di gestione dei processi di cattura (Vessel monitoring system)", conclude il ricercatore dell'Iamc-Cnr.

 

Silvia Mattoni

Sergio Vitale , Istituto per l'ambiente marino costiero, Mazara del Vallo, tel. 0923/948966, email Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Fabio Fiorentino , Istituto per l'ambiente marino costiero, Mazara del Vallo, email Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

 


Autorizzazione Ufficio Stampa CNR

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 04 Marzo 2013 22:16

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